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11 ottobre 2010

l'ottimismo in autostrada (o sull'autostrada)


stamattina ho affrontato un viaggio. ho viaggiato e sono sceso (anzi, scriviamo "sono viaggiato" e "ho sceso" perché l'italiano non è più chic) da un mio amico pugliese per vedere un concerto di un bravo cantautore italiano (per farvi idea di quello che è stato trovate uno stralcio qui, anche se il video non rende giustizia, perché credo che un concerto non si possa raccontare, infatti il post non verterà sulla bellezza di questo concerto né su i suoi preparativi nè sulle stonature della tizia che canta in sottofondo al video, ma su altro).
a parte il fatto che a me la pioggia mette malinconia variegata ad un certo nervosismo, salvo il fatto che non guidavo io...ebbene ho notato un particolare inquietante. non bastava il tutor in autostrada a metterti ansia, non bastava l'autostrada stessa a farlo, non bastavano le code e gli incidenti, la pioggia, e tutto il resto, deviazioni comprese (ché ci siamo addentrati laddove ci portava la coda di auto)...c'erano loro: i pannelli a messaggio variabile. ma a sfiga costante (la velocità eccessiva causa morte, vai piano, se hai sonno potresti ucciderti e roba simile...avete idea?) ogni tot km è stata una grattata di coglioni.



24 agosto 2010

un viaggio (racconto breve, anzi brevissimo)



carlo guardava fuori dal finestrino e ripensava "i'm leaving you for solitude" è molto retrò. la solitudine però era l'unica cosa che in quel momento gli serviva. le gallerie, con quelle feritoie, erano come delle crisi epilettiche dell'ambiente circostante: lucebuiolucebuiolucebuiolucebuio. neanche la puzza di urina stantia della cabina riusciva a distrarlo da quel concerto visivo. poi il concerto visivo finì e la puzza d'urina prese il sopravvento.
affianco a lui, un tizio, collassato, forse un emigrante, forse un militare il cui unico segno di vita fu un educato cenno con la mano (e non è sarcasmo, lo salutò davvero) e una palpebra aperta...era pure comprensibile, erano le sei e mezzo di mattina e carlo, su quel treno, quel tizio già ce l'aveva trovato. ma la storia di quel tipo lì non gli interessava, in quel momento. aveva da riordinare i cassetti della memoria. e così accese il lettore mp3, uno dei primi lettori, un ditoinculo da ottocentimetriperdueperdue, capacità un giga, era un cicchetto di musica rispetto alle intere bottiglie che si possono prendere, ma faceva il suo dovere ("alla fine" pensava carlo "bisogna accontentarsi delle piccole cose, se poi si migliorano, meglio, ma bisogna accontentarsi" e non aveva torto).
poi, dopo molto tempo, ci fu un momento in cui rumore di freni stridenti, bagagli che si lasciano abbandonare a mani e gravità, e gente che scende si mescolarono. si era arrivati, e se avesse potuto sarebbe sceso anche il treno da sè stesso.
"coraggio carlo" pensò.
scese dal treno. lei era lì. erano due anni e una serie di incomprensioni che non erano andate giù ad entrambi che li avevano tenuti lontani. poi il caso volle che lui si fosse trovato a dover rimanere qualche giorno lì, per motivi non ben precisi, che solo a dirli sembrano una scusa solo per arrivare al fine. ma veramente era stato il caso. poi carlo ci aveva messo del suo e aveva chiamato lei, di cui aveva ancora ben stampato nome cognome data di nascita e telefono (sperando non l'avesse cambiato, oltre che una serie di cose nei famosi cassetti della memoria).
"ciao", iniziò lui con un po' di imbarazzo.
"ciao"
"è bello rincontrarti dopo tanto tempo"
"e questa da quale delle tante canzoni che ascolti l'hai presa?"
"da te".

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