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4 settembre 2013

La stanca, breve e poetica storia di un apatico


Cosa e' la stanchezza? Che cosa fa provare tanto affanno per un puro stato di vita?
Non ho l'ho mai capito. Non so mai quando arriva e quali sono i suoi effetti, che si diramano lungo tutto il corpo. Ogni giorno sembra che si sviluppi per direzione diverse, come se fosse una pianta che cresce in maniera diversa, libera.
Certe volte prende i piedi e non puoi far altro che fermarti, osservi il mondo come gira in quel punto e come questo si adatti a te, stando fermo con la testa che ruota e osserva. Delle volte capita alla schiena, in quei casi bisogna sedersi per poter far riposare la struttura che tiene eretta l'esistenza. Allora cerchi qualsiasi cosa che abbia la forma di una panchina o uno scalino che dia modo di distendersi anche per poco tempo, stiracchiandosi lentamente sospirando un po'. Se poi capita agli occhi, in quel caso si che bisogna chiuderli e lasciarsi guidare dall'immaginazione, magari sotto un albero, distendendosi lungo un prato con la terra che diventa un letto comodo dove disseminare i pensieri, i sogni e i progetti. Ma la più brutta resta la testa, quella non lascia scampo. In quel caso dovresti spegnere tutto, resettando il corpo, riportando la pianta ad un seme. La testa non ti da pace, batte e si contorce restando ferma. Si blocca e l'unico obiettivo che si prefissa e' trovare un posto nascosto in cui nascondere la propria armatura. Quando lo trova, lascia a quest'ultimo il potere di cullarla e di proteggerla, chiudendo lentamente gli occhi. Nel buio totale crea luci, colori, forme e storie. Lei si riposa piano e la stanchezza torna indietro al suo stato iniziale, morendo, per divenire pulsante appena gli occhi sbarrano lo sguardo al nuovo giorno.
Cosa e' la stanchezza? Non lo chiedete a me, sono un apatico. E che queste sensazioni mi capitano tutte insieme, da quando sbarro gli occhi la mattina. La mia pianta, ormai, e' secolare.

5 settembre 2011

[...]


[...]

non avevo molta voglia di stare in mezzo a tanta gente però, per non piantare le radici e evitare che mi si appiattisse la riga del culo, quella sera avevo deciso comunque di fare un salto fuori dal cerchio, di turarmi il naso e di recarmi in quella serata, che, parliamoci chiaro non era proprio nelle mie corde.

una cosa sola su tutte, fu la nota buona. e certamente non era né l'alcol, né la marea di corpi che si avvinghiavano. era lei, annoiata, sola, in un angolino.

"ciao"
"ciao"
"noia?"
"abbastanza...e tu perché non ti diverti?"

lei non so, ma io stavo già passando una grande serata, senza nemmeno accorgermene.

[...]

12 luglio 2011

Una bolla di sapone



Una bolla di sapone raccontava la sua vita. La sua vittoria e la sua sconfitta. Molte raccontavano tutto quello che avrebbe potuto fare ma che per scelta, per timore o per distrazione non ha fatto.

La mattina, ogni mattina, controllava se il sole splendesse o se solo le nuvole avessero accompagnato un'altra giornata. Abitava in un piccolo monolocale, con un letto, un tavolo, una cucina ed un frigo. Dieci libri sparsi per casa, una radio di molti anni fa e una televisione vecchia completavano il suo arredamento e tutto il suo avere.

Una bolla di sapone aveva cambiato la sua vita. Aveva studiato in un buon college e si era laureato in economia a pieni voti. Cio' lo aveva portato a lavorare, per un'impresa, subito. L'inizio, come tutti i lavori, e' fatto di gavetta e di poche soddisfazioni, ma lui era pronto a tutto. Una mattina mentre usciva di casa, una bolla di sapone gli passo' innanzi agli occhi. Sorrise e si diresse a lavoro. Quel giorno il suo capo gli propose il primo compito dirigenziale. Aveva 26 anni. Non era nella pelle. Aveva avuto il lavoro che da anni aveva sognato. Quel giorno aveva conosciuto Janie, una delle segretarie a servizio dell'impresa. Si erano piaciuti e dopo circa un anno convolarono a nozze. Una mattina, una bolla di sapone passo' davanti ai suoi occhi. Sorrise, aspettandosi qualcosa. Il suo capo, quella mattina gli disse che la ditta stava fallendo, ma che con la buona liquidazione che gli poteva ancora fornire, aveva la possibilita' di trovare lavoro altrove. Poteva rimanere, se voleva, ma era un rischio. La liquidazione avrebbe, sicuramente, dato una svolta alla sua vita. Era una liquidazione a sei zeri! Quella sera la moglie gli disse di aspettare Steve, quello che sarebbe diventato suo figlio. La mattina presento' le sue dimissioni e prese cio' gli spettava. La scelta era quella di usarli per aprire un'azienda. I soldi per l'investimento sarebbero bastati. La sua idea era quella di produrre bolle di sapone di tutti i tipi. In fondo questo effimero oggetto volante aveva cambiato la sua vita. Era il suo portafortuna.

La nascita di Steve e di una societa' azionaria vennero accompagnate entrambe da una bolla di sapone. Tutto andava bene. Una giorno, una mattina d'inverno, una bolla di sapone gli passo' davanti agli occhi. Sorrise e la prese con un dito. Lei tento' di fuggire ma dopo un po' scoppio' in mille pezzi. Quella mattina il suo contabile gli comunico' una perdita ingente negli investimenti, consigliandolo un altro. Fu l'ultimo. Stava perdendo tutto e sperava che una bolla di sapone si facesse viva per salvarlo. Una bolla che non si presento'. Perse tutto. Anche la moglie decise di continuare la sua vita sola insieme alla sua carriera. Fu un duro colpo per lui, che lo porto' nel baratro del alcolismo.

Si ritrovo' solo, senza soldi, senza nulla. Una bolla gli aveva portato fortuna e una gliela aveva tolta, solo perche' lui aveva bloccato la sua liberta', distruggendola. Non se lo perdono' mai.

Tutte le mattine davanti al suo monolocale, dalla sua unica finestra, vengono prodotte migliaia di bolle di sapone. Questo per dare fortuna a chi la cerca. Per cercar di cambiare la vita degli altri. Attendendo il ritorno di...

...una bolla di sapone. La sua bolla di sapone.

28 giugno 2011

Perso


(leggi e ascolta)

Kim quella mattina si svegliò solo. Non ricordava come mai si trovava là e ne tantomeno dove era. Un quadro, davanti agli occhi, un letto su cui giaceva e una finestra da cui entrava uno spiraglio di sole. Osservò meglio, non era un ospedale, ma una camera d'albergo con tutte le suppellettili che si possono immaginare. Aveva una grande insicurezza nella testa, dettata da una profonda paura. Non gli era mai capitato prima d'ora una cosa del genere. Si levò dal letto e tolse la tenda per scorgere l'orizzonte. Uno skyline mai visto, uno di quelli che solo nei film più comuni puoi vedere. Lui era li. Si vestì di colpo, ma si sentiva come vuoto. La sua testa per quello che ne capiva, lo era abbastanza. Gli venivano un sacco di pensieri, di azioni non fatte e di parole non dette, ma nulla che lo aveva condotto là . Cominciò ad uscire dalla camera per sentire anche solo un odore, vedere un colore, un dettaglio che lo riportassero ad un ricordo. Non sapeva dove era. Aveva solo impressioni ma non emozioni. Sembrava che quel luogo non gli apparteneva, ma ci era arrivato in qualche modo. Il cuore era pieno di battiti ma se aveva un legame non era lì. Quello se lo ricordava. Uscì fuori, sentì la mancanza di una direzione, ma il suo cuore lo avrebbe portato a casa. Sarebbe stato un lungo ritorno.

6 giugno 2011

drin.

io non capisco come mai mi possa ritrovare ogni volta, nonostante sia abituato a programmare tutto, con l'acqua alla gola. ho da consegnare un progetto, entro domani, e tutto sembra ruotare intorno a me. mi sento molto "atlante" e, come "pollon" (ve lo ricordate il cartone animato?) non c'è qualcuno che regga il tutto anche solo per dieci minuti al posto mio? (evidentemente - silenzio - no).

[...]

dannazione. il telefono. io mi domando sempre che cosa spinga la wind a dirti che ti hanno scalato i soldi. cheppòi prima lo fanno, e poi te lo dicono: sono come i mariuòli che ti chiamano e ti dicono "grazie per essere un pollo spennato". non lo fanno! perciò non capisco.

poi non capisco le promozioni, non ne voglio, non-ne-vo-glio. se volessi me le cercherei da solo. questa poi assurda pratica "dell'inviare un messaggio al *numerochenonricordo* con scritto *parolachenonricordo* mi dà alquanto ai nervi.

[...]

ancora il telefono. si fa risentire questo. sono secoli che non chiama, e a stento mi saluta. mi domando cosa voglia, non credo che sia stato, come dice lui "perché era un po' che non ci sentiamo". da piccolo ero un grande amicone suo, un fratello, ora una beneamata cippa. forse è colpa mia. forse no.

[...]

ora-giuro-che-do-di-matto. ("do di": che bel suono.) pure numeri che non conosco. rispondo? non rispondo? esito. rispondo.

pronto?

(pausa)

...ciao!

(pausa)

no, non disturbi, figurati, è che...non me l'aspettavo, se devo essere sincero.

(pausa un po' più lunga)

certo. certo. guarda, tra mezz'ora in centro?

(pausa)

perché no? allora a dopo.

una cosa non avevo considerato: non tutti i cellulari vengono per nuocere, evidentemente. il lavoro? c'è tempo stasera, c'ho una vita da vivere, io.

(nulla è vero in questo racconto, boys&girls.)

27 maggio 2011

in un istante.

la vidi e nel frattempo rimasi senza parole. avevo perso a scarabeo. era lì, sola con i suoi occhi, e mi chiesi quanto fosse necessario avere delle macabre compagnie come dei bulbi oculari. ma non mi interessò: la dovevo conoscere.

parole senza senzo, sensa senso, sensa senzo, cioè senza senso uscivano dalla mia bocca. e meno male che avevano azzeccato orifizio, sennò se ne sarebbe già andata. ma invece mase più di una volta. rimase.

abbassò lo sguardo, poi rialzò gli occhi e sorrise, ma cazzo, quanti tic c'aveva! ma non faceva nulla, sono un tipo che avrebbe tollerato anche il tac, perché gli piace tantissimo sentire il "tempo che scorre": tic, tac, tic, tac. "scorri, forrest, scorri!". non era così, la frase? no, perché poi non capisco che cosa c'entri un mago comico, però...

ma, poi, poi le cadde il quaderno (e si fece male, forse) e io lo raccolsi e lei disse: "fermo: non fare manovre azzardate, potresti creargli dei traumi, lascialo a terra. meglio chiamare il pronto soccorso".
e lo feci.

"pronto soccorso?"
"sì pronto, io invece soffrancesco. c'è un quaderno che è caduto da circa un metro e trenta di altezza e abbiamo paura sia contuso".
"ah, beh", rispose l'omino dall'altra parte del filo telefonico, "se è contuso, almeno non è solo. comunque arriviamo"

gli fecero una flebo di clorofilla, e si riprese. quanto alle contusioni, fu necessario ingessarlo: gli comprarono una cartellina rigida.

nel frattempo avremmo potuto conoscerci meglio e magari sarebbe nato qualcosa tra di noi e poi saremmo andati a vivere in una casa in un paese in cui non piove mai. ma lei poi fu opportuna nel dire: "parliamo da così tanto e tu non sai neanche il mio nome..."
e mi disse: "piacere, ubaldo."

lì capii in un istante che non avrebbe mai funzionato.

20 gennaio 2011

ah, l'amour. (lei lì, bellissima, alla fermata...)


si innamorava lui, ogni volta che passava davanti quella fermata. e ciclicamente, lei era lì, a volte sì, a volte no. e lui era lì, sempre, ad aspettarla.






aveva proprio perso la testa.






poi però, rinsavì: capì - finalmente - che cinquanta euro davanti, ottanta euro dietro non erano il prezzo giusto per il vero amore.



dannazione.

28 dicembre 2010

l'anello (breve, davvero breve, storia postnatalizia sull'essere "padroni del proprio mondo").


[...]"aveva ricevuto come dono natalizio questo anello, che se lo giravi in senso orario, apparivano solo le persone che gli aggradavano, se lo giravi in senso antiorario solo quelle persone che non sopportava.
decise di far rimanere l'anello stabile, fermo, di non farlo girare, per non avere grane, quando si accorse che l'oggetto di cui andava fiero si stava rivelando un'arma a doppio taglio. il guaio capitò quando un giorno lo perse. rimase totalmente, dannatamente, impensabilmente fottuto, e solo".

(traeteci voi una morale, da 'sta storiella.)

15 dicembre 2010

"Tu lo conosci Totti?" (Eventualità.)

Gente, siamo molto lieti di presentarvi un nuovo ospite: ecco a voi Silas Flannery che nella maniera che gli è più consona, ossia raccontando una storia, ci allieterà. A te la parola, S.

Non c'era verso di consolarlo: Michele piangeva. Piangeva a dirotto, nonostante quello dovesse essere il suo giorno più felice. O almeno questo credevamo. O meglio: non lo credevamo più, ma un paio di mesi prima l'avevamo creduto.

Un paio di mesi prima: questa storia inizia lì. Estate, noi a mare. Ostia: immaginate una spiaggia affollata, bambini chiassosi a giocare a pallone, qualcuno che si ricorda di me e viene a chiedermi l'autografo. Poca gente, intendiamoci: non essere mai arrivato alla serie A mi pesa, e non è che a Ostia ci siano così tanti tifosi della Cremonese o del Foggia. Qualcuno si ricorda di me al Frosinone, ecco, ma non chiedi l'autografo a un centrocampista del Frosinone: lo chiedi al calciatore da poster, al grande campione belloccio, quello che sta con le veline e fa le interviste scontate del dopo-partita su Raidue. A quello che ha lottato su campi polverosi, che magari ha studiato perché domani chissà e quindi le interviste le saprebbe anche fare bene, senza rifugiarsi in frasi del tipo "La partita è stata determinata da episodi, avremmo meritato il pareggio" o "La forza della squadra è il gruppo, senza i miei compagni non avrei potuto segnare", beh, a quello al limite chiedi di fare un paio di palleggi sul bagnasciuga, se ti va bene anche di giocare con te, ma no, non chiedi l'autografo.
Beh, insomma, mi sto dilungando. Quello che volevo dire è che fra i bambini chiassosi c'era anche Michele. Che è chiassoso sempre, ma questa volta un po' di più: era felice, Michele, e noi lo eravamo con lui. Il suo sogno si realizzava. Un sogno vecchio di anni: avrà avuto quattro o cinque anni quando notò per la prima volta quei bambini che scendono in campo tenuti per mano dal capitano della squadra e allora, con la timidezza che hanno i bambini quando chiedono qualcosa di impossibile, mi prese alla larga:
- Papà?
- Sì, amore?
- Tu lo conosci Totti?
- No, amore, Totti non lo conosco, però abbiamo un paio di amici in comune. Perché?
- Perché Totti è forte.
- Sì, amore, il capitano è fortissimo.
- È il più forte del mondo, papà?
- Beh, amore, il più forte del mondo no, però è molto forte.
- E quel bambino che c'è lì, papà?
- Quel bambino cosa?
- Quello è figlio di Totti?
- No, amore, non è figlio di Totti.
- Ed è un calciatore?
- No, amore mio. È troppo piccolo.
- E allora è figlio di un calciatore?
- Non lo so, Michele.
- Perché a me mi piacerebbe conoscere Totti.
- "A me mi" non si dice, Michele. Comunque: se vuoi vediamo come fartelo conoscere.
- E se poi conosco Totti…
- Se poi conosci Totti?
- …lui mi porta alla partita come fa con quel bambino lì?
Inutile dire che a quel punto il mio obiettivo diventò farlo andare alla partita. Lì per lì non avevo idea di come si facesse, ma con un paio di telefonate in Lega scoprii come. Insomma: non sarò mai andato in serie A, ma quattro amici alla Lega Calcio ce li ho. Comunque: adesso non starò ad annoiarvi con storie di burocrazia e raccomandazioni, ma quella mattina lì, quella mattina della spiaggia di Ostia eravamo partiti tardi per il mare e nel frattempo era arrivato il postino con una raccomandata. Busta della Lega, carta intestata e tutto il resto: "Spett.le signor eccetera eccetera, ci pregiamo di comunicarLe eccetera eccetera, la Sua richiesta è stata accolta eccetera eccetera, la partita valida per la 9.a giornata del campionato di Serie A TIM, eccetera eccetera, Roma-Lecce, eccetera eccetera". Seguivano le istruzioni: il lunedì precedente, via posta prioritaria e per telefono, mi sarebbero stati comunicati l'orario della partita e le modalità di accesso allo stadio. La lettera specificava che il bambino sarebbe stato accompagnato da un genitore e che negli spogliatoi sarebbe stato sorteggiato il suo ruolo. Certo, Roma-Lecce non era esattamente una partita di cartello, in fondo Michele avrebbe corso il rischio di entrare in campo tenendo per mano Giacomazzi e non Totti, però, insomma, avrebbe comunque indossato una maglia giallorossa e Totti l'avrebbe visto da molto, molto vicino. Lo preparai a quest'evenienza.
- Michele?
- Un attimo, papà. "Vrooooooooooooom".
- Ascoltami, Michele.
- Uh. Che c'è?
- Ho una sorpresa per te.
- Che sorpresa? La Playstation?
- No. Una cosa più bella.
- Che cos'è? Che cos'è?
- Il 31 ottobre andrai in campo con la Roma. Però, amore, devi sapere una cosa: non è detto che tu vada con Totti. Forse vai con il capitano del Lecce.
- Ma Totti è più forte.
- Sì, amore, ma Totti sarà lì, accanto a te. E poi lo sai? Pure il Lecce è giallorosso.
Insomma: questo fatidico 31 ottobre arrivò. O meglio: arrivò il 30, perché Roma-Lecce era l'anticipo del sabato alle 18. Alle 16 arrivammo all'Olimpico, entrammo dal tornello dello staff e andammo dritti dritti agli uffici della Lega negli spogliatoi. Fu a quel punto che si verificò la tragedia. Una tragedia che non avevo calcolato: ci venne consegnata una maglietta giallina, che portava con sé il verdetto del sorteggio. L'arbitro: c'è un bambino che accompagna anche l'arbitro. E a quello no, a quello Michele non era preparato. Non era preparato alla prima occasione sprecata della sua vita.

10 dicembre 2010

La seconda panchina del vialetto (vicino la croce)


- Ci vediamo al solito posto?!?
- Si....ma chi si avvia???
- Non io di certo, arriverei tardi....e addio posto a sedere
- Vabbe' dai penso che qualcuno si avviera', provo a fare qualche telefonata e poi ci risentiamo! *click*

....il solito posto era un luogo di incontro, ereditato da generazioni antecedenti la mia. Era la seconda panchina del "vialetto" (partendo dalla fine). Il nostro modo per stare insieme, senza alcun pub, senza alcun riparo. Qualcuno forse della mia eta', ricorda quando il viale nei giorni festivi era pieno di gente che passeggiando chiacchierava con altri.....si ritrovavano tutti lì.
Non avevano bicchieri di cocktail o birra in mano, si rideva, piangeva, ricordava e raccontava tutto cio' che la giornata scolastica o di lavoro portava o avrebbe portato. Non c'era un limite di eta', eravamo giovani tra i giovani. A quelli piu' adulti, era riservato un viale parallelo dove si parlava di altro, dove si riuniva altra vita con altri tempi.
Ricordo il sabato, quando il freddo ancora ci permetteva di uscire, quando si riusciva a sopportare, il viale si riempiva. Il vociare misto al rumore delle moto che qualcuno portava con se', creava un ambiente ideale dove poter stare.
Le panchine erano il posto a sedere per poter vedere il passeggio delle tante persone, arrivate in ritardo, che aspettavano che qualcuno si alzasse, per poter riposare anche le loro, di gambe. Spesso il sedersi era il mondo per poter creare un punto dove incotrarsi, anche se poi passavi la serata in piedi a parlare. Anche le passeggiate, pur di non perdere il posto tanto sperato, si facevano a turno, alcuni arrivavano altri si alzavano ed andavano per poi ritornare.
Ogni panchina, almeno quelle in fondo erano luogo preferito delle comitive, panchine sature di gente. Ognuna aveva diritto ad una, anche perche' la distanza con quella successiva o di fronte, non dava motivo di stare insieme. Penso che ogni comitiva sceglieva una panchina dove ritrovarsi, e quando questa era gia occupata, si cercava di prenderne un'altra....attendendo che si liberasse.Venivano fatte vere e proprie ronde.
Immaginate che questo avveniva per ogni panchina installata lungo il viale (circa trenta), o almeno per una buona parte....
Oggi questo purtroppo non c'e' piu'....molti di noi, hanno lasciato il paese verso l'universita' perdendo l'abitudine di incontrarsi.....le nuove leve (quelli qualche anno piu' piccoli di noi) hanno cambiato ritrovo, preferendo angusti luoghi dove il caos e il rumore regna.
...forse temendo di perdersi preferiscono stare ancora piu' vicini fino a schiacchiarsi.....

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