Appena scoperta la novità del mio coinquilino - allora occupava appena qualche centimetro nella mia panza, oggi mi fa assomigliare a quella della pubblicità dei Tuc che si è mangiata un cocomero intero - sono andata a farmi visitare dall'endocrinologa (specialista delle ghiandole, nel mio caso della tiroide).
Con l'occasione, la dottoressa mi ha messa in guardia dal diabete gestazionale: non ti accorgi di averlo finché non fai l'esame, al sesto mese.
Nel frattempo devi stare attenta a ciò che mangi e a come lo mangi.
Non sono stata messa a dieta stretta, solo dovevo fare attenzione ai dolci, e alla frutta, e ai carboidrati.
Verdura ai pasti, tanta.
Spuntino di frutta, ma con uno yogurt. Naturale, non alla frutta, perché ha tanto zucchero.
Niente succhi di frutta, per carità, sono zucchero allo stato puro. Per non parlare di Coca-cola e simili.
Dolci sì, ma meglio se immediatamente dopo i pasti, per evitare il picco glicemico.
Alla sera, prima di andare a nanna, un bicchiere di latte, per non restare a digiuno totale durante la notte.
I miei esami del sangue sono sempre stati nella norma, anzi la glicemia era perfetta. Eppure, per precauzione, mi sono attenuta ai consigli.
Ok, non sono stata ligia ligia ligia, ma alla fine l'esame per il diabete era a posto.
Quindi non capisco la mia reazione: non ho mai rinunciato a niente, se non ai succhi di frutta (di cui nemmeno vado così matta), mi sono mangiata i miei dolci e bevuta i miei frullati, non ho sbavato di fronte al gelato che mi veniva negato perché me ne sono mangiato un bel po', non ho patito la fame e non mi sono trasformata in una lattuga.
Allora perché dal dopo-esame mi sto strafogando di dolci?
Gelato, torta, biscotti, cocktail analcolici casalinghi...in una sorta di inquietudine giustificabile solo dopo un periodo di digiuno forzato.
Il bello è che non ho digiunato affatto.
Sarà il sapore della libertà riconquistata? ...ma non voglio diventare tutta ciccia e brufoli!!!
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7 settembre 2012
17 maggio 2012
E che son gusti
E che ti possono chiedere il tuo colore preferito e magari lo cerchi intorno per indicarle la sfumatura che apprezzi di più'. E cominci a guardare dappertutto provando a trovare qualcuna vagamente somigliante. E poi ti giri e guardandola negli occhi la vedi li, in mezzo ai tanti toni dell'iride. E questo un po' ti cambia la giornata.
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9 luglio 2011
La fregatura di essere Onesto
Ci sono valori che una volta inculcati non riesci più a toglierti di torno: non rubare, non mentire, non fare la spia, non approfittare delle debolezze altrui, ecc ecc.
I miei genitori sono stati particolarmente convincenti nell'inculcarmi queste dottrine, merito anche dello spauracchio dell'Inferno che in un'educazione ultra-cattolica ha il suo buon peso. Il risultato è una (ormai) donna limpida, incapace di mentire per il proprio tornaconto, sincera all'estremo, corretta e rispettosa delle regole, anche di quelle non scritte.
Qualche volta questa donna vorrebbe non sentire sulle spalle il giogo dell'onestà, non tanto per fregare gli altri, quanto per evitare di rimetterci lei.
Come ieri, per esempio.
Nel giorno del mio Gran Giorno, sono andata da Giorgio il parrucchiere pazzo con un portafogli un po' leggero, tanto da temere di non riuscire a coprire il costo di trucco e parrucco. Mi sbagliavo, perché alla fine mancavano solo 10 neuri al totale: dico, Giorgio scusami, te li porto quando torno dal Viaggio. Va bene, risponde lui. Lì per lì ero troppo agitata per pensare il più che adatto "brutto tirchio, fammi lo sconto, con tutto quello che ti ho comunque dato oggi puoi anche farlo senza morire di fame".
Tra una valigia da disfare e la casa da riordinare, sono riuscita a passare da Giorgio solo ieri, più per restituirgli un rossetto che mi aveva prestato per eventuali ritocchi al trucco che per quei 10 neuri.
Ciao come va come stai com'è andato il viaggio non fare a me i complimenti per il parrucco l'idea è stata tua ah grazie mi ero dimenticato il rossetto.
- Ti devo anche 10 euro.
- Davvero? Neanche me lo ricordavo.
- Sì, sono sicura (ma porca di quella vacca se stavo zitta!)
- Vediamo subito se l'ho segnato...no, non c'è. Grazie eh! (prende e intasca)
Giorgio, ti voglio tanto bene, tu sei l'unico autorizzato a tagliarmi la chioma perché sei l'unico che non mi abbia combinato pasticci (e che non mi ha mai proposto la pettinatura che quattro altri diversi colleghi mi proponevano puntualmente: quella di Gwyneth Paltrow inSliding Doors) e non mi sarei affidata a nessun altro nel mio Gran Giorno: ma da oggi ti voglio meno bene e ti auguro di cuore 10 euro di mal di pancia.
I miei genitori sono stati particolarmente convincenti nell'inculcarmi queste dottrine, merito anche dello spauracchio dell'Inferno che in un'educazione ultra-cattolica ha il suo buon peso. Il risultato è una (ormai) donna limpida, incapace di mentire per il proprio tornaconto, sincera all'estremo, corretta e rispettosa delle regole, anche di quelle non scritte.
Qualche volta questa donna vorrebbe non sentire sulle spalle il giogo dell'onestà, non tanto per fregare gli altri, quanto per evitare di rimetterci lei.
Come ieri, per esempio.
Nel giorno del mio Gran Giorno, sono andata da Giorgio il parrucchiere pazzo con un portafogli un po' leggero, tanto da temere di non riuscire a coprire il costo di trucco e parrucco. Mi sbagliavo, perché alla fine mancavano solo 10 neuri al totale: dico, Giorgio scusami, te li porto quando torno dal Viaggio. Va bene, risponde lui. Lì per lì ero troppo agitata per pensare il più che adatto "brutto tirchio, fammi lo sconto, con tutto quello che ti ho comunque dato oggi puoi anche farlo senza morire di fame".
Tra una valigia da disfare e la casa da riordinare, sono riuscita a passare da Giorgio solo ieri, più per restituirgli un rossetto che mi aveva prestato per eventuali ritocchi al trucco che per quei 10 neuri.
Ciao come va come stai com'è andato il viaggio non fare a me i complimenti per il parrucco l'idea è stata tua ah grazie mi ero dimenticato il rossetto.
- Ti devo anche 10 euro.
- Davvero? Neanche me lo ricordavo.
- Sì, sono sicura (ma porca di quella vacca se stavo zitta!)
- Vediamo subito se l'ho segnato...no, non c'è. Grazie eh! (prende e intasca)
Giorgio, ti voglio tanto bene, tu sei l'unico autorizzato a tagliarmi la chioma perché sei l'unico che non mi abbia combinato pasticci (e che non mi ha mai proposto la pettinatura che quattro altri diversi colleghi mi proponevano puntualmente: quella di Gwyneth Paltrow inSliding Doors) e non mi sarei affidata a nessun altro nel mio Gran Giorno: ma da oggi ti voglio meno bene e ti auguro di cuore 10 euro di mal di pancia.
15 maggio 2011
Ciao, prof!
Avevo in mente tutt'altro post, e avevo pure iniziato a scriverlo, ma oggi ho buttato per caso l'occhio sui necrologi e ho visto che è mancata la mia prof di mate del liceo. Aveva la sua età già allora, ma mi dispiace lo stesso.
Era una donna che non passava certo inosservata: rotondetta, ma in modo grazioso, camminava appoggiandosi a un bastone, lo stesso che usava per indicare alla lavagna i concetti fondamentali, facendo fare al malcapitato di turno un salto così. La sua caratteristica più evidente, quella che l'ha resa famosa nella scuola ma anche fuori, erano i suoi cappelli: ne aveva uno per ogni occasione, tutti abbinati agli abiti che indossava. Grande eleganza incompresa in un liceo, dove noi studenti non capivamo un'acca di quello che è veramente lo Stile, ma comunque non certo sprecata visto che un segno, almeno nella sottoscritta, l'ha lasciato.
Con lei non abbiamo mai affrontato i Grandi Argomenti della Matematica, almeno a parole: lei chiamava tutto "minicosa". "Oggi facciamo una minicosa", diceva: e a furia di minicose si finiva il programma.
Al primo anno ci ha mandati in panico: diceva "gli esercizi sono da pagina x a pagina y" e noi a passare i pomeriggi a risolvere tre o quattro pagine di equazioni, fronte retro, con enormi difficoltà a svolgere anche gli altri compiti per casa. Un giorno ci siamo decisi a farglielo notare e lei è caduta dalle nuvole. Non pretendeva che facessimo *tutti* gli esercizi: lei si limitava a indicarci le pagine dove potevamo trovare quelli utili, poi stava a noi farne ad libitum finché non avessimo capito il meccanismo.
Mi dispiace non averla avuta fino all'ultimo anno, credo che con lei sarei riuscita a capire la fisica, che proprio non mi è mai andata giù.
Era sempre un piacere incrociarla in centro, perché si ricordava nome e cognome e si informava di cosa stessi studiando con reale interesse, non solo per cortesia.
È il mio mito, per tutte queste cose ma soprattutto per un altro fatto, accaduto al terzo anno: per me era un periodo che definire "difficile" è un eufemismo. Avevo smesso di studiare e alle interrogazioni lo dicevo spudoratamente: mia madre andava dai prof e tutti le dicevano che era tutto a posto, che il mio rendimento non era eccellente e che dovevo applicarmi di più, ma nessuno che le avesse fatto notare che mi presentavo completamente impreparata. Tranne Lei, nonostante le sue due ore a settimana, nonostante non avessi mai avuto l'occasione di fare scena muta. È grazie a lei che ho ricominciato a studiare e non gliel'ho mai detto.
Questo allora è il mio misero grazie a una grande donna: arrivederci professoressa Pozzato!
Era una donna che non passava certo inosservata: rotondetta, ma in modo grazioso, camminava appoggiandosi a un bastone, lo stesso che usava per indicare alla lavagna i concetti fondamentali, facendo fare al malcapitato di turno un salto così. La sua caratteristica più evidente, quella che l'ha resa famosa nella scuola ma anche fuori, erano i suoi cappelli: ne aveva uno per ogni occasione, tutti abbinati agli abiti che indossava. Grande eleganza incompresa in un liceo, dove noi studenti non capivamo un'acca di quello che è veramente lo Stile, ma comunque non certo sprecata visto che un segno, almeno nella sottoscritta, l'ha lasciato.
Con lei non abbiamo mai affrontato i Grandi Argomenti della Matematica, almeno a parole: lei chiamava tutto "minicosa". "Oggi facciamo una minicosa", diceva: e a furia di minicose si finiva il programma.
Al primo anno ci ha mandati in panico: diceva "gli esercizi sono da pagina x a pagina y" e noi a passare i pomeriggi a risolvere tre o quattro pagine di equazioni, fronte retro, con enormi difficoltà a svolgere anche gli altri compiti per casa. Un giorno ci siamo decisi a farglielo notare e lei è caduta dalle nuvole. Non pretendeva che facessimo *tutti* gli esercizi: lei si limitava a indicarci le pagine dove potevamo trovare quelli utili, poi stava a noi farne ad libitum finché non avessimo capito il meccanismo.
Mi dispiace non averla avuta fino all'ultimo anno, credo che con lei sarei riuscita a capire la fisica, che proprio non mi è mai andata giù.
Era sempre un piacere incrociarla in centro, perché si ricordava nome e cognome e si informava di cosa stessi studiando con reale interesse, non solo per cortesia.
È il mio mito, per tutte queste cose ma soprattutto per un altro fatto, accaduto al terzo anno: per me era un periodo che definire "difficile" è un eufemismo. Avevo smesso di studiare e alle interrogazioni lo dicevo spudoratamente: mia madre andava dai prof e tutti le dicevano che era tutto a posto, che il mio rendimento non era eccellente e che dovevo applicarmi di più, ma nessuno che le avesse fatto notare che mi presentavo completamente impreparata. Tranne Lei, nonostante le sue due ore a settimana, nonostante non avessi mai avuto l'occasione di fare scena muta. È grazie a lei che ho ricominciato a studiare e non gliel'ho mai detto.
Questo allora è il mio misero grazie a una grande donna: arrivederci professoressa Pozzato!
10/52 - Lo sai che i papaveri...
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16 ottobre 2010
incazzato. (ei fuuuu)
molti dicono che perdere la calma è una cosa che non si dovrebbe fare perché fa male, d'accordo, perché non è corretto, d'accordo, e tante altre cose. ma c'è un piccolo particolare: capita. e capita spesso. e la domanda che uno si deve porre non è se è giusto o meno perdere la pazienza, ma perché la si perde così spesso?
comunque, un po' troppo spesso succede che guardo la tv. e mi incazzo.
mi affaccio alla finestra. e mi incazzo.
apro la porta di casa. e mi incazzo.
mi siedo su una sedia scomoda. e mi incazzo.
mi posso rilassare davanti alla tv e fare la spola tra x factor e la partita dell'italia, ma poi quest'ultima viene sospesa. e mi incazzo.
la mattina apro la tracolla e vedo i libri universitari. e mi incazzo.
inoltre, vedo cose che non vorrei vedere (ché chiamarle persone è un complimento). e mi incazzo.
ascolto la musica e nel mentre mi squilla il telefono. e mi incazzo.
ho avuto una giornataccia, poggio il culo sulla sedia faccio per trovare il telecomando per poter vedere un po' di sana e decerebrata tv, ed è lontano da me. e mi incazzo.
mi stacco una pellicina con delicatezza e rischio invece di amputarmi una mano. e mi incazzo.
"esco esco, ci vediamo dopo" e invece non esce più. e mi incazzo.
fame boia. non c'è un cazzo in frigo. e mi incazzo.
"dormo, sì, stanotte dormo", poi non dormo più. e mi incazzo.
voglio un caffè, ma è domenica pomeriggio e i bar sono tutti chiusi. e mi incazzo.
ho fretta, prendo la macchina e mi accorgo che è miserabilmente in riserva. e mi incazzo.
e tante, purtroppo, altre situazioni. comuni. spero. almeno "mal comune mezzo gaudio". tiè.
(ci sono anche fumetti, anzi e - comics, su questo nobile argomento, e sono questi qui)
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