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27 febbraio 2013

Come vorrei essere una vacca da latta (uò-sciùbi-du-uò)

Da accanita bevitrice di latte mi sono trasformata in una latteria ambulante: ah, la poesia dell'allattamento materno!
Prima di tutto, non credevo che l'abitudine del latte finto (= artificiale) fosse così radicata in passato, visto che tutti quelli della generazione precedente si preoccupano che sia io ad allattare il Apelle (figlio di Apollo, ndr) e mi fanno pure tanti complimenti: vogliamo mettere la comodità di avere il latte sempre pronto, a portata di mano, della temperatura giusta, contro la scomodità della preparazione del biberon? Basterebbe questo a far vincere tetta contro bibe 1-0.
Non credevo però che allattare fosse così complicato! Come, complicato?, vi chiederete: non basta tirar fuori la tetta e attaccarci il pupo? Magari!
In principio furono le ragadi: vai a partorire in ospedale, mi dicevano, ché sei in una botte di ferro. Come no! L'infermiera vede il mio seno martoriato, mi chiede se ho qualcosa e al mio diniego si limita a un laconico "Ah..." e se ne va. La volta successiva chiedo qualcosa, mi viene risposto "passo dopo" e il dopo lo sto ancora aspettando. Grazie, eh!
E poi vennero i dolori, per buona pace della letteratura che sostiene che allattare non deve essere doloroso. Apelle ha le mandibole d'acciaio e non ci si può fare niente. Come non posso fare niente per un difetto del mio davanzale, altra causa delle poppate extra-strong del pupo: mi ritrovo con l'idrante dei pompieri al posto di una tetta. Ridete voi, bravi: poi fate come Apollo, che al mio getto di 30 cm ha fatto un salto così. Poi mettetevi la canna di un liquidator in bocca e premete il grilletto: capirete cosa prova il piccolo Apelle quando cerca di mangiare. Ogni tanto mi sembra di torturarlo, povera stella! Siamo diventati contorsionisti della poppata, per trovare la posizione meno traumatica: manca solo a testa in giù e poi le ho fatte tutte.
Ora mi raccomando preparate i pomodori maturi e le uova marce, perché quello che sto per dire farà incavolare i genitori che agognano una notte di sonno senza interruzioni: Apelle dorme dalle sei alle otto ore filate, ma io ogni notte prego che si svegli. Non sono impazzita, ma la suddetta tetta sì: di giorno fa la brava, idrante a parte, ma ha deciso che di notte deve produrre, quindi mi ritrovo dopo appena 3 ore dalla poppata con una tetta di marmo che Michelangelo se le sognava, sulle sue statue. Per i profani, "tetta di marmo = male": prima inizia il fastidio, poi può essere doloroso e, ciliegina sulla torta, si rischia l'ingorgo. Quindi spesso e volentieri mi ritrovo a mungere me stessa nel cuore della notte, abbastanza da alleviare la tensione ma non troppo per non innescare nuovamente la produzione. Non avendo le tette graduate, non è un'operazione così semplice.
La consulente dell'allattamento dice che ai tre mesi la situazione potrebbe migliorare. Potrebbe, appunto.
In attesa della scadenza, abbastanza vicina da infondermi coraggio, mi rassegno a fare la mucca Carolina: muuu!

4 commenti:

  1. Bestiale, e non mi riferisco alla mucca carolina: l'allattamento al seno viene consigliato, divulgato, sollecitato dagli addetti ai lavori come il migliore in assoluto per nutrire i virgulti.
    Delle sue complicanze, o effetti collaterali che dir si voglia, ne sapevo poco, per non dire niente.
    Hai dato una martellata alla poesia che un seno allattante mi aveva fin'ora ispirato.
    Ciao, in bocca al pupo.

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    Risposte
    1. Desolata di aver rovinato la poesia!
      Cresca il pupo :-)

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  3. Bella la frase "contorsionisti della poppata", da non dimenticare.
    Un modo dissacrante ed ironico di raccontare un momento della vita.

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