Per certe cose ci vuole tempo. Poi, ti ritrovi in una vetrina di un centro commerciale, a fare finta di essere uno di quei manichini perfetti, se non fosse che non c'è ancora tutta quella confidenza col mondo che ti permetterebbe di approfittarne.
Dietro a un vetro al sapore di nicotina, circondata da un eccessivo uso di vocali, sento che è possibile staccarsi dall'universo per qualche tempo.
"La signora Rossi è attesa al box dai suoi figli" misto a "sguardi di approvazione nei confronti di giovani donne in attesa". Dall'esterno è tutto più divertente.
Ho talmente tante cose da dire che le dirò tutte insieme.
Ho camminato scalza per mezza Roma perché non mi sembrava il caso di capire più a fondo quello che stava succedendo. Ora, ho i piedi distrutti e sono piena di lividi, neanche fossi andata in guerra, ho trovato una macchina da scrivere con i tasti insanguinati e una poesia del precedente inquilino di un appartamento. Il mondo è così piccolo che una piccola dimora viene valorizzata dalla semplice carta da parati color salmone che rende tutto così antico e kitsch e mi fa tornare indietro di vent'anni, forse qualcuno in più, con il risultato che io non esisto ancora.
Poi, mi guardo in un cerchio e non mi vedo. Pensavo fosse uno specchio e che io lì non mi trovassi davvero.
Mi addormento con le braccia alzate. Mi risveglio sudata e con gli occhi come se piangessi. Ogni tanto mi tiro un pizzicotto per capire se sono davvero viva. I cappelli mi donano un sacco, ma la mia aria eccentrica mi rende diffidente nei confronti di me stessa.
Gli internet point sono pieni di grassoni che si conoscono da tempo.
Io, intanto, metto da parte risparmi per il mio matrimonio surreale. Non mi riesce benissimo data la resistenza del mio corpo in miniatura. Ma, si fa quel che si può.
Una fotografia mi ricorda quanto devastante sia la solitudine e poi il tuo libro entra nella mia collezione. Roba da matti quanto riusciamo ad essere belli.
Una macchia sotto il braccio mi ricorda quanto è vero.
25 gennaio 2011
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