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13 febbraio 2011

La rivolta dei bambini di Anne Geddes.







Mi rigirai nel lettino come una frittata.
Non ero riuscito a dormire, avevo frignato tutta la notte, e quella zoccola sorridente non era nemmeno venuta a vedere cosa avesse il suo bambino.
Era giunta l’ora, ne ero certo. Lo sentivo nelle mie baby viscere rivoltate dall’angoscia. Dovevo tentare la fuga, e dovevo farlo ora. Certo, con un chilo di merda nel pannolino non poteva essere un’impresa facile, ma dovevo correre, o meglio, gattonare via da lì al più presto.
Premetti le mani sul materassino morbido e puntai i piedini, sollevando con cautela il posteriore ricoperto di cacca. Il pannolino era così pesante che non riuscivo ad alzarmi, ma strinsi i denti inesistenti e tenni duro. Dovevo andarmene, e subito.
Sentii dei passi nel corridoio. Era lei? Era già ora?
Imprecai utilizzando tutte le bestemmie che conoscevo (quattro in tutto) e con un ultimo eroico sforzo riuscii ad alzarmi in piedi, tutto da solo!
- Buongiorno, amore della mamma. -
La zoccola sorridente entrò, spalancando la porta. Io caddi rovinosamente sul materassino, atterrando sul posteriore. Il mio pannolino emise un sinistro “ plof ”.
Mia madre rise.
- Ma cosa cercavi di fare, patatino? -
Mi prese in braccio e uscì dalla mia cameretta, ghignando e facendo commenti a dir poco raccapriccianti sul fetore emanato dal mio deretano.
Mi adagiò sul seggiolone e cominciò a imboccarmi con la solita sbobba di latte parzialmente scremato e biscotti secchi sbriciolati. Per quale motivo non capiva che voglio i Plasmon? In che lingua bisogna dirle che mi piacciono i Plasmon?
Dopo quell’infame colazione mi fece il bagno nella vaschetta blu, continuando con i suoi commenti e sorrisini rivolti alla mia sorprendente prolificità anale.
Poi mi adagiò su un asciugamano rosa steso nel tavolo in salotto e mi riempì di borotalco. Sembravo un prosciutto.
Prese ad armeggiare con un Pampers, uno di quelli tutti decorati, con elefantini e leoni sorridenti. Mi ero sempre chiesto come mai quella donna non acquistasse pannolini più semplici ed economici, visto che su quegli elefantini ci avrei cagato sopra.
Dopo avermi vestito e pettinato con cura maniacale i tre capelli che avevo in testa, mi caricò sul Mercedes e partì. Già, il Mercedes. Con tutta probabilità ero ricco, o almeno la mia villa a sei piani e il mio Mercedes mi davano da pensare che fossi ricco. Ma non avevo mai indagato sulla situazione economica dei miei genitori, poichè ero un bambino, e i miei unici interessi erano mangiare, dormire, fare la cacca e guardar sorgere dietro le colline il bimbo sole dei Teletubbies.
Dopo tutto è giusto così, dico bene? E’ proprio questo che fanno i bambini, o sbaglio? Non è in questo che consiste la vita di un bambino, mangiare, dormire, mettiamoci pure giocare, e fare la cacca?
Ma mia madre no, non ci stava. Per lei la vita di un bambino, o meglio, del suo bambino, era mangiare, dormire, giocare, fare la cacca e tanti, tanti servizi fotografici.
Avete presente i bambini di Anne Geddes, quelle povere creature costrette a farsi immortalare vestite da ananas? Ecco, io ero una di quelle povere creature umiliate e private del più piccolo stralcio di dignità.
Mi avevano fotografato travestito da ippopotamo, da farfalla, da coniglio, da caramella, da ape. No dico, da ape! Ci può essere al mondo qualcosa di più imbarazzante di un pungiglione fuoriuscente dal mio buco del culo? Ci può essere al mondo qualcosa di più imbarazzante di apparire su diari, agende, blocnotes e quaderni a righe e quadretti con un pungiglione fuoriuscente dal mio buco del culo?
Ed era proprio lì che mi stava portando, quell’arpia. Proprio lì, nel tugurio, nel mattatoio, nel  set, come lo chiamava lei, a passare ore e ore a farmi svestire e rivestire, truccare (si, truccare!) e immortalare da un branco di checche isteriche, con tanto di luci accecanti puntate dritto nelle pupille e continui e incessanti gridolini di approvazione della zoccola sorridente.
- Ci siamo, piccolino - disse quella, e parcheggiò. Io lanciai un’occhiataccia a quell'enorme edificio bianco, mentre lei era tutta intenta a liberarmi dal groviglio di cinture di sicurezza che mi teneva ancorato al seggiolino.
Quando entrammo fummo accolti dal solito gruppetto di racchie – con i loro malcapitati bambini – che salutarono mia madre aggredendola con baci e sorrisi tanto smielati quanto fasulli. Mia madre mi posò sulla moquette vicino al mio amichetto Michael, impegnato ad armeggiare con dei pezzi di Lego.
- Ciao, Michael. -
- Ciao. -
- Tutto bene? -
Mi guardò perplesso. - Secondo te può andare tutto bene? Ti rendi conto di dove ci troviamo ora? Te ne sei reso conto? -
- Hai ragione, Michael. Scusami. -
Domanda stupida.
Detestavo vedere Michael così abbattuto. Era il mio migliore amico. Ci eravamo conosciuti al nido, quando un bambino panzuto aveva preso a tirarmi pugni perché desiderava disperatamente i miei yoyo, e Michael si era messo in mezzo e mi aveva difeso. Da quel giorno eravamo diventati inseparabili, anche perché condividevamo lo stesso dramma: i servizi fotografici di Anne Geddes.
Quel triste momento fu interrotto dal branco di checche sculettanti che arrivarono a prelevarci in sala d’attesa, assicurando alle mamme che “ci avrebbero trattato con ma massima cura, come sempre”. Io finii tra le braccia della checca biondo platino, che camminava a passo svelto strillando e impartendo ordini alle altre checche.
Fecero entrare per primo un tristissimo Michael nella sala costumi, assieme ad un altro paio di bambini piagnucolosi. Nel frattempo io rimasi in quella piccola stanza assieme ad altri bambini e ad una checca scazzata che aveva l’ingrato compito di tenerci d’occhio.
- Come va, compagno? - Chiese una vocina rauca dietro di me. Mi voltai e vidi un bimbetto dallo sguardo serio, fiero, costellato di lentiggini, i capelli rosso fragola come la t-shirt, che riportava una falce e un martello.
- Si tira avanti.-
- Vorrei scappare da qui - buttò lì il piccolo comunista.
Non parlammo più. Non eravamo dell’umore.
Passammo mezzora così, in silenzio, con la checca che ci guardava dall’alto e le mamme che entravano e uscivano dalla stanza.
Chissà da cosa mi avrebbero conciato oggi. Da maiale? Da banana? Da peluche?
Guardai la checca, riluttante. Ora era impegnata a scattarsi foto con il cellulare.  Forse potevo fuggire. Forse avevo ancora una possibilità.
Mentre studiavo un modo per scappare da quell’inferno di umiliazione, sentii dei singhiozzi provenire dalla sala costumi. Di certo non era Michael. Lui era un maschio duro e puro, uno con i controcazzi. Non piangeva mai. Non aveva pianto nemmeno quando la maestra lo aveva messo in castigo.
La porta della sala costumi si spalancò ed entrò la checca biondo platino, visibilmente in difficoltà, che teneva in braccio una bambina che scalciava, urlava e piangeva. Ecco di chi erano i singhiozzi, poverina. Indossava un abitino rosa scuro con un paio di piccole ali fissate sulla schiena, e aveva dei capelli così belli e gialli che non potevano essere altro che una parrucca.
La checca cercava di tenerla ferma e implorava l’aiuto della madre della bambina, che gli cacciò un morso nell’avambraccio. La checca urlò.
Io la stavo a guardare impietrito e ammirato per quel folle gesto e la bambina si voltò, inchiodandomi con lo sguardo. Le guanciotte rosse, gli occhi iniettati di sangue, due grosse gocce di moccolo che colavano dalle narici.
Non era una bambina, era Michael.
- MI HANNO VESTITO DA FATINA! - Strillò, disperato, continuando a guardarmi negli occhi. - MI HANNO COSTRETTO! -
Rimasi lì, paralizzato, a fissare il bambino più virile che avessi mai incontrato vestito da donna. Sentii la rabbia divorarmi lo stomaco, mentre il piccolo comunista balzò in piedi, traballante, le guance del colore dei capelli e della t-shirt, lo sguardo indemoniato.
Il piccolo Lenin rampò a fatica su un tavolino in legno al centro della stanza. In piedi, con il pugno sinistro alzato, gridò: - Compagni! -
Io, Michael e le checche lo guardavamo atterriti.
- E’ ora di ribellarci alle umiliazioni inflitte da questi capitalisti modaioli! E’ ora di ribellarci ai soprusi, alla  sottomissione, allo sfruttamento! E’ ora di ribellarci alla padrona, alla schiavista: Anne Geddes! - Fece una pausa.
- Compagni...INSORGIAMO! -
Silenzio.
Ok. L' “insorgiamo” l’avevo già sentito, e sullo “schiavismo” e la “sottomissione” aveva un tantino esagerato, visto che ci pagavano per quelle foto. Ma l’umiliazione...oh, su quella non vi era nulla da eccepire. E anche gli altri bambini presenti, soprattutto Michael, sembravano pensarla come me, date le loro espressioni del viso tanto determinate quanto adirate.
Era ora di una svolta, di un cambiamento, di una rivoluzione. Era ora di vendicarci e riprenderci la nostra dignità. Era ora di combattere e di far valere i nostri diritti.
Era ora.
Salii sul tavolino in legno, accanto al piccolo comunista. Gli occhi dei bambini e delle checche si posarono su di me. Mi schiarii la voce.
- Fratelli. -
- Compagni - mi corresse il piccolo comunista.
- Compagni - feci una pausa. - Il nostro amico dai capelli rossi...
- Sergio. -
- Il nostro amico Sergio ha ragione. Non possiamo continuare a subire tante umiliazioni, non possiamo vivere nel terrore dei flash, dei costumi...
- Dei trucchi. -
- Va bene, dei trucchi. Non possiamo vivere nel terrore dei trucchi e...
- Le parrucche. -
- MI LASCI PARLARE, SERGIO? -
- Scusa. -
Lanciai un’occhiata nervosa ai bambini che stavano lì a guardarci, con i loro musetti tristi, e mi resi conto che eravamo pochi, troppo pochi per una rivolta.
- Compagni – dissi. – Sapete se ci sono altri bambini nell’edificio? -
Michael si asciugò le lacrime, spalmando il mascara sulle guanciotte, e parlò: - E’ sempre pieno di bambini qui – disse, ritrovando il suo tono di voce rude. – Mamma una volta mi ha portato a visitare l’intero edificio, e ho scoperto che le foto non si fanno solo in questo piano, ma anche ai piani superiori. Ci sono bambini ovunque.-
- Dobbiamo contattarli. Dobbiamo fare in modo che si alleino a noi. -
- E come facciamo? Di sopra è pieno di truccatori e fotografi, come qui. -
Mi sedetti sul tavolino, pensieroso. Senza altri bambini, la rivolta era infattibile. Dovevo trovare un modo per farli scendere al primo piano, o per salire noi ai piani superiori, senza essere intralciati dagli adulti.
I bambini cominciarono a parlottare tra loro, mentre le checche mi guardavano senza capire.
Le checche!
Mi rialzai, meno traballante del solito. - Compagni! – Strillai, entusiasta. – Prendete le checche e imbavagliatele! -
I bambini non mossero un dito e mi guardarono perplessi.
- Scusa ma... – cominciò Sergio. – Puoi stare attento a quello che dici? Ti sentono, le checche!-
- Non essere sciocco. Gli adulti non comprendono il linguaggio dei bambini. Prendete le checche e imbavagliatele, prima che scappino! -
- A che scopo? -
- Li costringeremo a reclutare altri bambini. Gli diremo di contattare le checche dei piani superiori, e di dirgli che Anne Geddes vuole realizzare una fotografia con tutti i bambini, una foto di gruppo. -
Sergio si illuminò. – Si...gli diremo di portare i bambini qui e...
- Inizieremo la nostra rivolta. -
Gli sguardi perplessi svanirono dalle facce dei compagni, per lasciare posto a sorrisi e cenni di assenso. Sergio li incitò ad attaccare, mentre le checche continuavano a guardarci senza capire.
In un attimo gli fummo addosso: chi di noi sapeva correre gli corse incontro, li assalì, li imbavagliò e gli legò mani e piedi con del nastro adesivo, la prima cosa che trovammo. Chi di noi non sapeva correre – la maggior parte – aiutò ad immobilizzare le checche, così sconvolte che si difendevano a malapena.
Michael era il più grande di noi, e con il linguaggio adulto se la cavava, dunque intimò in un qualche modo alla checca biondo platino di far scendere i bambini al primo piano. Presi il cellulare della checca dalla tasca dei suoi pantaloni in pelle fucsia e glielo avvicinai all’orecchio. Michael gli strappò via il nastro adesivo della bocca. La checca urlò, e Michael la zittì con un pugno.
La checca fece il suo dovere, e avvisò i colleghi con voce tremante di portare giù i bambini. Poco dopo sentimmo delle voci nel corridoio. Si occupò di tutto Sergio, di sua iniziativa. Noi stavamo a guardarlo dalla fessura della porta socchiusa mentre si avvicinava a gattoni al gruppo di bambini. Sorrisi. Erano davvero tanti, almeno cinquanta, più che sufficienti per la nostra rivoluzione.
Sergio giunse a destinazione, mentre le quattro checche che accompagnavano i bambini lo guardavano con aria interrogativa. Non c’erano madri. Si mise a parlottare con il bambino più alto, un biondazzurro fascinoso, che prima lo guardò perplesso, poi attento, poi entusiasta.
Cominciò il passaparola: Sergio e il biondazzurro informarono i bambini, che a loro volta informarono altri bambini. Evidentemente il brusio divenne insopportabile per una delle checche, una pertica rachitica dai capelli verdi, che sbottò:
- SILENZIO! STATE ZITTI! DOVE SONO I NOSTRI COLLEGHI? -
I “colleghi” erano ancora accanto a noi, a terra, incapaci di muoversi e parlare, ma ce la stavano mettendo tutta per farsi sentire, ed emettevano versi attutiti dal nastro adesivo. Nemmeno i calci di Michael li fermavano, dunque mi diressi dalla checca platino e gli sferrai un morso sull’avambraccio, ricordandomi solo dopo che non avevo denti.
Tornai a guardare che succedeva nel corridoio, e vidi che la pertica verde si stava avvicinando a noi: forse aveva sentito. Ma per lui era troppo tardi. La voce si era ormai sparsa fra tutti i bambini, che con uno scatto felino attaccarono i quattro adulti e li atterrarono. Michael li raggiunse con il nastro adesivo, e noi lo seguimmo, euforici.
Era fatta. Le checche erano sistemate e i bambini erano dalla nostra. Restava solo un piccolo ostacolo: le mamme.
Diressi io l’operazione che denominai “Anti Mamma”, e diedi istruzione ad una ventina di bambini di scovare le madri e buttarle fuori dalla porta d’ingresso. Non vi erano molte madri nell’edificio, perché la maggior parte approfittavano dei servizi fotografici per lasciare i bambini in balìa di truccatori e costumisti e andarsene nelle boutique o a pranzo con il personal trainer.
I restanti bambini, guidati da Michael, ancora costretto a indossare la parrucca incollata e ancora verniciato di trucco sbavato, sistemarono le checche dei piani superiori, ma decidemmo all’unisono di non buttarle fuori dall’edificio perché ci sarebbero stati utili degli ostaggi. Le madri, invece, le cacciammo, la mia compresa.
Provai una goduria maligna spintonandola fuori dalla porta mentre lei, disperata e incredula, minacciava futuri castighi e punizioni.
Festeggiammo la nostra vittoria riunendoci nel corridoio della macchinette, brindammo con succhi di frutta e mangiammo snack agli arachidi. I bambini più audaci brindarono con del caffè. Le monete ce le procurammo dai portafogli delle checche.
Mi guardai intorno e, dato che ormai tutti avevano finito di mangiare e chiacchieravano allegri, sentii che era giunto il momento di pronunciare un discorso solenne. Salii su una sedia bianca e rossa e mi schiarii la voce. I bambini si voltarono subito a guardarmi.
- Compagni – dissi, sorridente. – Ce l’abbiamo fatta, l’edificio è nostro! -
Scoppiò un boato, applausi, fischi e grida di gioia mi investirono come una ventata. Attesi che tornasse silenzio poi ricominciai a parlare: - Compagni. L’edificio è nostro e rimarrà tale finché gli adulti non cederanno alle nostre richieste. Sapete bene di cosa sto parlando. Chiederemmo agli adulti, anzi, gli ordineremo di finirla con le foto! –
Altro boato. Le loro grida mi riempivano di orgoglio.
- Cari compagni, ci sistemeremo qui finché non avremo raggiunto il nostro scopo. Le mamme si preoccuperanno e ci vorranno riabbracciare, dunque credo che ce la caveremo nel giro di pochi giorni. Dormiremo sui divanetti, a turno, e ci nutriremo con il cibo delle macchinette. -
Feci una pausa. – Compagni, non sapete quanto mi rende fiero la nostra conquista. Se penso a tutti gli abominevoli costumi, le parrucche, il...il fondotinta...buon Dio..è indecente che io, a due anni e mezzo, sappia solo cosa sia un fondotinta! –
I compagni annuirono. Michael annuì con tale impeto da far scuotere la parrucca in un headbaging metallaro.
- Compagni, ora dobbiamo...
Il mio discorso fu interrotto da una voce strana, artificiale, che proveniva dall’esterno e gridava: “BAMBINI, ORA BASTA! PER CARITA’!"
Corremmo tutti alle finestre, chi a due chi a quattro zampe. Mi arrampicai su una sedia e mi affacciai. Era la zoccola sorridente, accompagnata da un esercito di mamme e da qualche poliziotto.
- Oh! Il mio bimbo! E’ lui! – Strillava al megafono. – Tesoro, scendi giù, da bravo! La mamma è qui che ti aspetta! -
- NO CHE NON SCENDO! – Gridai, ma solo dopo ricordai che gli adulti di sotto dovevano aver recepito solo un “gu gu ga ga” o roba simile.
Michael prese in mano la situazione sfoggiando il suo stentato linguaggio adulto. – Scenderemo soltanto quando ci prom...prometterete che non faremo più foto! – Gridò. – Abbiamo degli ostaggi, e non esist...esit...esiteremo, a fargli del male! –
Un poliziotto rise.
- C’è poco da ridere! Li picceremo! No, li picchieremo! Mamma – guardò negli occhi sua madre, una stangona bionda che ci osservava con aria impassibile. – Devi promettermi che non farò più foto, mamma! -
La madre, con estrema calma, prese il megafono dalle mani della zoccola sorridente e se lo portò alla bocca. – Non diciamo fesserie, Michael. Io non ho tempo per starti dietro tutto il giorno, e con i servizi fotografici guadagniamo parecchio. –
- Guadagni tu, mamma! -
La stangona alzò le spalle. – E tutti i giocattoli che ti compro? Pensi che ti comprerei cinque giocattoli al giorno se non fosse per quei soldi? –
Michael abbassò lo sguardo. – Ne ho già tanti di giocattoli – mormorò. – Io vorrei passare un po’ di tempo con te invece di...di stare qui... –
Nessuno degli adulti lo sentì. Uno dei poliziotti, un ragazzo alto e muscoloso con il mento appuntito, scosse la testa e prese il megafono. - Bambini, mi dispiace molto per la vostra situazione. Ma così non risolvete nulla. Saremo costretti a venirvi a prendere con la forza. –
- Ci siamo chiusi dentro! – Fu il bimbo biondo e fascinoso a parlare. Le bambine presenti lo guardavano innamorate. – Non ci piegheremo più ai vostri ordini! I bambini sono superiori agli adulti, e lo dimostra il fatto che noi capiamo il vostro linguaggio e voi non capite una parola del nostro! Siamo superiori e vinceremo! -
- Fascista – mormorò Sergio.
Il biondazzurro chiuse la finestra e noi lo imitammo. Circa un’ora dopo, però, tornammo ad aprirle, dato il trambusto che proveniva dall’esterno.
All’esercito di mamme e ai quattro poliziotti si erano aggiunti almeno una ventina di sbirri e uno squadrone di giornalisti e paparazzi. Avevamo ottenuto ciò che volevamo: la nostra rivolta avrebbe fatto notizia, e questo l’avrebbe resa ancora più efficace.
A turno, ciascuna delle madri impugnava il megafono e ci implorava di aprire le porte, mentre qualche sbirro ridacchiava, qualcun’altro si univa alle suppliche, e paparazzi e giornalisti scattavano foto e intervistavano le mamme. Stavolta fu Sergio a dire la sua:
- E’ inutile inittere! Insittere! INSISTERE! La rivolta continua! -
Uno sbirro basso e grasso scoppiò in una risata da spaventare i piccioni.
- E cosa vorresti fare tu? – Strillò, fra singulti. – Cosa vorresti fare, Cheguevara? -
Le risate gli facevano traballare il triplo mento, ma si diede una calmata appena vide arrivare una Porche color rosa schoccking. L’attenzione di tutti si spostò su quel confetto a quattro ruote, dal quale scese un autista in divisa, che aggirò il muso dell’auto, e aprì la portiera a qualcuno.
Quel qualcuno posò sull’asfalto un tacco dodici di Laboutine che la zoccola sorridente bramava da mesi ma che mio padre si era rifiutato di comprarle perché sarebbe stato il suo cinquecentosettantunesimo paio di scarpe acquistate in un anno.
Un’elegante biondona scese dall’auto, fasciata in un abito intonato alla Porche e con gli occhi coperti da un paio di occhialoni scuri. Le mancava solo il chihuahua per sembrare una Paris Hilton invecchiata.
Era Anne Geddes. Non l’avevo mai vista, ma sapevo che era lei. Lo sapevo per l’auto, i tacchi, il trucco, e la pomposità emanata da quella donna rifatta, che non degnò di uno sguardo i paparazzi intenti a bombardarla di flash.
Sculettò dritta verso mia madre, che impugnava il megafono, e glielo strappò di mano.
- Piccini – disse, in tono piatto. – Cosa succede? Non vi piace più fare foto? -
- Non ci è mai piaciuto! – Sbraitò Michael.
- Ma, tesoro, quegli scatti vi rendono dei bambini speciali, fortunati. -
- Fortunati? Guardi questa parrucca, sembro una drag queen! -
Anne Geddes non si scompose, mentre il poliziotto grasso continuava a ridacchiare e molti lo imitavano.
- Piccino mio, sei un amore invece. Lo siete tutti. State sbagli...
Fui io a pisciargli in faccia, con un mira impeccabile. Fu meraviglioso vedere il suo trucco squagliarsi e i compagni acclamarmi come un eroe. Dopo la gloriosa urinata chiusi la finestra e mi presi tutti i complimenti e le pacche sulle spalle di questo mondo.
Un rumore dal basso ci mise in allarme: stavano tentando di entrare. Con il potere acquisito, ordinai ai bambini capaci di correre di precipitarsi a guardare che succedeva. Il biondazzurro fu il primo a tornare di sopra, e dichiarò col fiatone che era stato un falso allarme, le porte erano ancora sbarrate. Strano, ma alzai le spalle e continuammo a festeggiare la mia impresa.
I festeggiamenti durarono due giorni, fra snack agli arachidi, caffè, giochi e canti improvvisati. L’euforia da caffeina ci contagiò tutti, e in due giorni rovesciammo le macchinette, divorando tutto, distruggemmo attrezzatura fotografica e disegnammo sui muri con i rossetti. Nessuno di noi si lavava, e ci trascinavamo per le stanze con i nostri pannolini ripieni.
Una volta smaltita la caffeina, ci rendemmo conto del guaio fatto:
- Ci siamo lasciati prendere dall’entusiasmo – dichiarai. – Non abbiamo più cibo. -
- Non è un problema – buttò lì Sergio. – I nostri genitori si arrenderanno presto e torneremo a casa. -
- Ma come, non l’hai notato che non si sono più fatti vivi? -
Era vero. Dopo la pisciata liberatoria non avevamo più visto né mamme né sbirri. Solo giornalisti.
- Forse si sono già dimenticati di noi – intervenne Michael, lo sguardo basso e la parrucca impregnata di caffè.
Sergio stava per ribattere, ma dovette tacere perché anche lui, come tutti noi, sentì degli strani rumori dal piano di sotto. Tonfi, passi, voci. Le mamme? Gli sbirri?
Gattonai verso le scale, preoccupato, e rimasi in attesa. Qualcuno prese a salire i gradini, di corsa. Era la checca platino, seguita dalla pertica verde e dalle altre checche colorate. I volti adirati, i capelli per la prima volta in disordine. Puzzavano pure. Mi scostai dalle scale, spaventato, ma loro mi ignorarono, così come ignorarono gli altri bambini.
- Liberiamo gli altri, veloci! – Strillò la checca platino, e i suoi compagni si sparpagliarono per l’edificio.
Rimanemmo lì, in attesa, nel più completo silenzio.
- Co...come cavolo hanno fatto a liberarsi? – Chiese Sergio. – Li abbiamo legati stretti, e imbavagliati. -
- Devono essere molto arrabbiati - dissi. – Non mangiano e non si laccano da due giorni. Dovevamo dargli del cibo, ci siamo dimenticati della loro esistenza. -
Ed ecco le checche al completo, tutte quante, piombare da noi. Avevano liberato le altre ai piani superiori, e ora ci stavano davanti, seri.
- Eccoli qua, i bambini ribelli - disse la checca platino. - Lo sapete cosa ci avete fatto passare? Abbiamo fame, e siamo sporchi. Sono struccato, sono orribile! -
- Concordo - bisbigliai.
- Taci! Dateci da mangiare! -
- Non...non ne abbiamo. -
- Molto bene. Mangeremo dopo. Ora abbiamo cose più importanti da fare, come farvi a pezzi. -
Deglutii. Erano tre volte noi, ma in netta minoranza. Gettai uno sguardo a Michael, che annuì. Non ci saremmo ritirati.
- Compagni - dissi. - Combattiamo! -
Furono loro i primi ad attaccare, in massa. Nessuno di noi si tirò indietro. Le checche scalciavano, schiaffeggiavano, strillavano, noi mordevamo, tiravamo i capelli e lanciavamo i contenuti dei pannolini. Non saprei dire quanto durò la battaglia, so solo che non ci furono vincitori. Entrambi gli schieramenti erano a terra, esausti e sporchi.
Michael mi guardò preoccupato. - Ho visto delle luci...tante luci, nella lotta. Sto diventando matto? -
Ora che ci pensavo, anche a me era parso di vedere dei bagliori, fra un cazzotto e l'altro. Forse stavamo impazzendo tutti. Rimanemmo a lungo così, a terra. Nessuno aveva la forza di rialzarsi.
- BAMBINI - Qualcuno ci chiamò al megafono. Mi trascinai alla finestra e vidi gli sbirri. Lo sbirro alto e muscoloso mi guardò. - E' finita - disse, sorridente. - Le vostre mamme vi rivogliono a casa, e hanno promesso che non farete più foto. Siete liberi! -
Urlammo di gioia, nonostante la stanchezza, e ci precipitammo all'uscita. Le mamme erano lì ad aspettarci.
- Piccino mio! - Strillò la zoccola sorridente.prendendomi in braccio. Per una volta ero felice di vederla.
- Buon Dio, quanto puzzi. Adesso andiamo a casa e ci facciamo il bagnetto. - Detto questo, mi riempì di baci.
La vita da bambino libero era idilliaca. Passavo le mie giornate a giocare, e nel weekend incontravo tutti i compagni al parco. Senza parrucca, Michael aveva riacquistato il suo aspetto virile, ed era sempre lui a decidere a cosa si giocava.
Fu dopo un paio di mesi dalla rivolta che scoprimmo la sconcertante verità: Anne Geddes non ci aveva rimesso per il nostro ammutinamento, anzi, ci aveva guadagnato. I bagliori di luce che avevamo visto nel corso della battaglia, non erano altro che flash. La biondona si era intrufolata nel palazzo dopo l'urinata e ci aveva fatto un bel sevizio fotografico nel corso della battaglia.
"La rivolta dei bambini di Anne Geddes", l'aveva intitolato, ed era finito su tutti i giornali e le televisioni, per non parlare di Internet. In quegli scatti c'era davvero tutto, dovevo ammetterlo: la drammaticità, la rabbia, il bianco e nero. Bambini che mordevano e checche che schiaffeggiavano.
La signora Geddes aveva ricompensato profumatamente le mamme per gli scatti, mamme che sapevano della sua intrusione nel palazzo, e che erano sparite per quei due giorni in attesa che la fotografa finisse il suo servizio. Anche gli sbirri sapevano.
Preso in giro, sfruttato, umiliato. Ecco come mi sentivo. Avevo conquistato la libertà, ma non avevo sconfitto la schiavista. Alla tenera età di tre anni non compiuti, scoprii che la libertà, così magica e sublime, aveva sempre un prezzo.





      

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